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Una volta che i generali erano stati arrestati […] gli Elleni si trovarono in grave difficoltà […]. L’Ellade era lontana non meno di diecimila stadi, non disponevano di alcuna guida per il ritorno, fiumi inattraversabili avrebbero comunque sbarrato loro la via nel bel mezzo di un’eventuale marcia verso la patria […] Insomma erano rimasti soli […]

Senofonte, Anabasi III, 1, 1 e seg.

È la sesta delle dodici ore di turno in pronto soccorso Covid. Affronto la telefonata con i parenti di Teresa, energica ottantaduenne con polmonite bilaterale SarsCov2 associata, non così grave da aver bisogno di cure complesse, ma pur sempre necessitante di ossigenoterapia a bassi flussi. Incredibilmente si è liberato un posto letto nei reparti Covid bassa intensità, perciò dopo una notte in barella Teresa sarà ricoverata. Me la caverò rapidamente, penso: “Ha una polmonite da coronavirus, non è molto grave al momento, ma ha bisogno di ossigeno, nel pomeriggio la ricoveriamo”, trenta secondi e passo alla prossima chiamata. Invece il figlio mi interrompe: “È proprio necessario ricoverarla?”. È normale, ho imparato mesi fa che i parenti, che non possono vedere con gli occhi i propri familiari, fanno molta fatica a comprendere ciò che diciamo, è uno dei tanti prezzi che si paga nell’aver trasformato la nostra in una società visiva. “In queste condizioni non è sicuro rimandarla a casa, se peggiorasse chi se ne accorgerebbe?”, la risposta, per la prima volta, mi sorprende: “Sì, ma vede, si sentono tante cose sugli ospedali… io sono sicuro che voi siete bravissimi, però… non vorrei che stando lì potesse peggiorare, preferirei riportarla a casa”.
Passano due ore ed è il turno di chiamare il figlio di Bruno, ottantottenne non autosufficiente che questa mattina è caduto in casa, all’arrivo in Pronto Soccorso aveva 38 di febbre, ha fatto un tampone ed è risultato positivo. “Scusi eh, ma ieri sera la badante gli ha misurato la temperatura e aveva 36,2. Questa mattina l’ha rimisurata e aveva 36,5. Poi è arrivata l’ambulanza e aveva 36,6, arriva in pronto soccorso e ha 38 e ora mi dite che ha il coronavirus. Cosa devo pensare? Io non voglio dire che è colpa vostra, però è quanto meno sospetto”.

Alla ripresa della pandemia, all’afflusso più che raddoppiato di pazienti, ai problemi gestionali e territoriali si sono aggiunti due pericolosi nemici: il primo si chiama infodemia; il secondo (pretesa di) depotenziamento delle competenze e si pone in stretta correlazione con il primo. L’infodemia, secondo la definizione del dizionario Treccani è la “circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili”.
Il concetto di fonti affidabili è spinoso quanti altri mai in un momento storico in cui il Presidente uscente degli Stati Uniti dichiara di essere oggetto di brogli elettorali e twitter lo censura per affermazioni ingannevoli.
Se ci si può aspettare che “l’uomo della strada” commenti su un social network “Guarda caso chi scopre il vaccino per il Covid? Una casa farmaceutica” diventando immediatamente virale, certamente non contribuisce a mettere chiarezza che il governatore di una regione proponga ai veterinari di fare i tamponi “Perchè l’uomo in fondo è un mammifero” o che la Direzione Sanità e Welfare di un’altra regione suggerisca di assumere medici nel ruolo di infermieri.
Quanto a quest’ultimo aspetto, non si tratta di seguire l’adagio “Quando non ci sono cavalli trottano anche gli asini”, tutti siamo ben consapevoli delle carenze oggettive di personale e della necessità di porvi rimedio. Siamo stati i primi, a marzo, a diffondere le vignette “State a casa se non volete che ad intubarvi sia un ortopedico”. E non si tratta nemmeno di trincerarsi dietro a sterili prese di posizione di categoria concernenti demansionamento o esercizio abusivo della professione.
Il problema è il pensiero che fonda queste affermazioni, drammaticamente simile nel caso dell’uomo della strada che teme il complotto delle case farmaceutiche e delle regioni che cercano rimpiazzi: depotenziare le competenze, appunto, il secondo nemico.
In una puntata di E.R. Carter e compagni tentano di salvare un pastore tedesco (inteso come canide, non come coltivatore diretto della Sassonia), salvo fermarsi a un certo punto per chiedersi “Qual è la pressione normale di un cane?” e leggere la procedura di intubazione direttamente da un manuale di veterinaria.
A marzo, quando camici e mascherine scarseggiavano, mi è capitato di fungere da infermiere aggiunto dopo aver terminato il mio lavoro, e non mi sono mai sentita tanto impacciata e inutile. Sicuramente è anche colpa mia che ci ho messo quattro anni a scoprire come aprire le fialette di vetro dei farmaci senza farle esplodere riempiendomi i polpastrelli di schegge, ma non mi sembra poi così strano affermare che infermiere, veterinario, oss, medico sono mestieri distinti, con competenze teoriche e pratiche diversissime per quanto afferenti allo stesso ambito. Le conoscenze comuni servono a comprendersi quando si parla, ma le mansioni non sono intercambiabili.
Vi inviterei a mettere uno di fronte all’altro un architetto e un muratore e a scommettere su chi riesca a tirare su il muro più dritto. O su chi suoni meglio la campanella di Paganini tra un violinista e un direttore d’orchestra.

Ho detto più volte che l’inverno ci appare lunghissimo, ma voglio cambiare metafora. Se a marzo a noi lavoratori dell’ospedale sembrava di correre una staffetta alle Olimpiadi, breve, veloce e tra ali di folla festante, ora l’impressione è di affrontare nemmeno una maratona (Fidippide andava pur sempre ad annunciare una vittoria), ma l’Anabasi di Senofonte: il ritorno impossibile di un esercito senza capo in territorio ostile.

Pubblicato originariamente qui

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